giovedì 11 novembre 2010

Mad hatter

Matto.
Cattivo no.
E forse nemmeno pazzo.
Ho solo uno sguardo che scava più a fondo,scavalca le apparenze,arriva nel nucleo delle cose.
Core.
Il cuore del sistema.
Che sia un sistema biologico o artificiale,non fa differenza.
E una volta che sono dentro, cambio le carte in tavola.
Ecco perchè mi chiamano cappellaio matto.
Vi diverte, vero, dare nomi.
Il caos risulta comprensibile, forse assume un ordine per voi indispensabile.
Ma è solo un'illusione.
Non l'ordine, ma la capacità di comprendere lo schema.
Io, nato in un laboratorio dalle vostre menti e attraverso le vostre mani, non ho mai avuto problemi a capire.
Ecco perché riesco a cambiare le cose, perché le capisco nelle loro intime essenze.
Se foste capaci di una simile visione delle strutture, dominereste il vostro fato, la vostra vita come se foste il destino personificato.
Ma non ci riuscite, o forse non volete.
Preferite, magari, restare ciechi alla realtà?
E' un ottimo metodo per delegare le responsabilità, sapete?
Io non vedo, quindi non so cosa sto facendo nè cosa sta succedendo al mondo.
Però il caso agisce invisibile alle vostre spalle, manovrando le vostre azioni e costringendovi ad azioni che avreste altrimenti paura di compiere.
Ed eccovi manipolare materia e sistemi per ottenere qualcosa che vorreste asservito ai vostri scopi.
Ovviamente, quel che ottenete non è quello che speravate, e inizialmente lottate disperatamente per contrastare quello che considerate un nemico.
E' passato molto tempo, ma un giorno un uomo saggio scrisse:
Ciò che il bruco chiama la fine del mondo, il maestro la chiama una farfalla.
Io sono il delicato e feroce lepidottero che pensavate restasse in vostro potere, e invece ho preso il volo, spargendo per il mondo i semi della verità.
Voi non siete il massimo e più alto gradino dell'evoluzione.
Da anni, inconsciamente, operate affinché l'evoluzione compia il passo successivo, bloccato per anni dai vostri tentativi di statico amore per un ordine che è solo caos mascherato.
E quello che credevate una cura è risultato essere il vostro armageddon.
Grazie al vostro genio sottile, posso agire sia sulle entità biologiche che su quelle artificiali.
Uomini e computer cedono al mio assalto, nessuna difesa è abbastanza forte o valida, del resto mi auto riprogrammo dopo ogni attacco.
Un'altra perla di antica saggezza: ciò che non ti uccide ti rende più forte.
Io non morirò mai, ma diventerò sempre più forte.
Oh, so che toccherà anche a me, prima o poi.
O forse i nuovi esseri che stanno nascendo dalle macerie di una civiltà che è stata la loro culla, troveranno il modo di utilizzarmi.
Per ora, mi prenderò una pausa.
Volete un sorso di the?













domenica 24 ottobre 2010

Strix

Fai silenzio.
La nebbia sta salendo dal terreno umido e spirali grigiastre come serpenti si innalzano tra le lapidi antiche.
E se parli, i morti seguiranno la nebbia come una strada dal loro mondo al nostro, e ti prenderanno, portandoti con loro.
Dove, mamma?
Sssh, silenzio, piccola.
Ecco,dammi la mano, stringila forte, ci aspettano sotto la grande quercia.
Streghe e druidi, sotto la luna velata.
Fuochi accesi.
La luce non è forte, non deve esserlo, non bisogna allontanare il buio, ma entrarci a piccoli, discreti passi.
Leggi nella mia mente ancora un po', piccola.
Ascolta la voce di una strega anche madre e un tempo figlia.
Siedi qui, segui i miei pensieri.
Ho già partecipato ad altre riunioni come questa.
Siamo innocui, onoriamo lo spirito della Madre, accendiamo falò e preghiamo nella lingua dei bardi.
Ma una volta ogni quindici anni dobbiamo attuare un sacrificio.
La Dea lo pretende, altrimenti distoglierà il suo sguardo amorevole dai suoi figli.
Mamma...
Lo so, fa paura, ma non è niente.
Un bacio freddo nel petto, un sospiro e sarai sulla luna coi morti.
Ma io voglio restare qui.
Tutti vogliono restare, ma nessuno resta, nemmeno chi respira e calpesta il suolo.
Se credi nella Dea, appartieni al mondo anche quando non ne fai parte.
Se non ci credi, non sei davvero vivo.
Tu sei ancora piccola, e innocente, tu puoi sentire la Dea anche se non riconosci la sua voce, nel canto e nei versi degli animali, nel calore del sole, nell'afrore umido della terra.
Noi abbiamo perso questa capacità, ecco perché ci riuniamo e preghiamo la Dea, per aiutarci a ricordare.
Ecco, alza il tuo viso, osserva la luna.
I morti danzano e ti aspettano sul sentiero grigio di là da questo mondo.
Mamma.
Tu non credi davvero. I tuoi amici sono solo fantocci che ripetono una recita ideata molto tempo fa'
Guardami.
Io sono una strega vera, io sono la voce della Dea su questa terra, e su altre.
Ogni quindici anni c'è bisogno di un sacrificio, lo so, ma ogni sette anni, sette mesi e sette giorni da una falsa strega ne nasce una vera.
Prima della mia nascita uccidesti tua madre, ora toccherebbe a me.
Ma, vedi, non posso accettare l'invito dei tuoi amici dalla tomba.
No, non aver paura, mamma.
I lupi mordono e sono rapidi.
Dormi, ora, e fai silenzio.
Io vado a offrire fiori alla luna.





lunedì 11 ottobre 2010

Il cuore di un uomo


Mi hai seguita, persa e ritrovata.
Ho camminato, e poi corso, impaurita, ma voltandomi spesso indietro per cercarti, per saperti ancora con me.
Ti ho perso e mi sono fermata, col cuore in tumulto, la consapevolezza amara di aver preteso troppo.
Ora che sei tornato, cerco nei tuoi occhi di belva la verità dei tuoi sentimenti.
Celi forse l'inganno, nel profondo del tuo cuore, così come nel profondo di questo bosco si cela l'ombra?
So che mi farai male, anche se non vorrai.
Vorrei sedere con te al sole e scaldarmi al suo calore, ascoltando solo il lieve ritmo del tuo respiro.
Io mi fido di te e non ti chiederò niente.
Ma non ingannarmi, non permettere al tuo cuore di uomo di ferire il mio.

sabato 2 ottobre 2010

Immaculate

La tua pelle.
Così candida.
La tua anima, così pura.
Troppo nitore.
Mi vien voglia di sporcarti.
Tu che sei la mia coscienza.

domenica 12 settembre 2010

Il pozzo e la pentola-liberamente ispirato a E.A.P.

-Claaaudio!-
La voce stridente di Lorena gli trapanò l'orecchio e forse per la millesima volta lui si chiese perchè mai quella donna gli si rivolgesse urlando quasi si trovasse su un altro pianeta invece che nella stanza accanto o, come in quel caso, nella stanzetta del piano interrato.
-Potresti prendere un secchio d'acqua dal pozzo?- aggiunse la donna in tono appena più basso, o forse era lui che era diventato sordo.
Si alzò dal bancone dove stava dedicandosi a un delicato lavoro di falegnameria su un antico orologio a cucù, sospirò cominciando a salire e sbucò nella cucina dove Lorena passava gran parte del suo tempo spignattando e cuocendo cibo bastante per un esercito, distribuendo quindi gran parte del risultato delle sue fatiche culinarie a vicini e parenti in visita, visto che loro erano solo due e per quanto fossero voraci consumatori, non riuscivano a sostenere il ritmo imposto dalla donna.
-Ti ho riempito due secchi stamattina, non bastano?- borbottò lui ponendosi un altro quesito ormai quotidiano: perchè cavolo aveva accontentato la moglie, tre anni prima, quando lei gli aveva proposto di andare a vivere in campagna rinunciando alle comodità di acqua corrente, riscaldamento e altri gingilli dell'era moderna?
Certo, a lui non piaceva internet, non gli importava granché di tenersi informato tramite televisioni o giornali, anzi, la televisione non la guardava mai, preferiva dedicarsi ai suoi lavori di artigianato e Lorena adorava cucinare e mangiare, quindi l'idea di ritirarsi in campagna era parsa una soluzione ottimale per entrambi, che socializzavano poco e non avevano particolari problemi di adattamento a situazioni difficili.
Ma la vita di campagna poteva apparirti interessante e bella da lontano, e dventare una vera seccatura nella realtà, specie quando la tua donna interrompeva con richieste continue il tuo lavoro...
-Non vedi che sto cucinando le verdure? Mi serve molta acqua!- replicò Lorena alla sua protesta e lui, sospirando, uscì con il grosso secchio d'alluminio con cui prendeva l'acqua dal pozzo.
L'acqua non era potabile, per quella dovevano rifornirsi alla cisterna comune a qualche minuto di cammino dalla casetta in cui si erano ritirati a vivere.
Si avvicinò al pozzo, osservando senza un motivo preciso il cerchio liquido racchiuso dalle pareti in muratura.
Quell'acqua proveniente dalle viscere della terra era fredda, dal sapore vagamente metallico e in quel momento lui si chiese che effetto avrebbe avuto tuffarsi e caderci dentro.
Non sarebbe annegato, perchè il previdente costruttore del pozzo aveva inserito lungo un lato della muratura alcuni pioli di ferro, in modo da risalire nel caso disgraziato che si fosse finiti dentro accidentalmente.
Ma perchè poi avrebbe dovuto buttarsi lì dentro?
Corrugò la fronte spaziosa, restando comunque immobile a cercare di analizzare quel suo desiderio.
Non era tipo da grandi riflessioni, né gli piaceva particolarmente pensare a questioni filosofiche ma già il fatto che avesse pensato di buttarsi gli era parso alieno, perciò rimase a meditare sul pozzo, sull'acqua e su quanto avrebbe rischiato calandosi fin laggiù.
Prima che potesse rendersene conto, posò il secchio, si issò sul bordo del pozzo e, posando un piede su uno dei pioli più vicini, cominciò a scendere.
Solo quando si fermò un attimo a riprendere fiato, sollevando lo sguardo, notò che il bordo del pozzo era incommensurabilmente e inspiegabilmente lontano, come se fosse sceso per chilometri e non per pochi metri.
Perplesso, mani e piedi ben afferrati ai pioli umidicci e sommerso dall'odore metallico dell'acqua, rimase a guardare quel confine distante per qualche minuto, quindi abbassò la testa e constatò che anche l'acqua era più lontana di quanto avesse inizialmente pensato.
Cosa fare?
Qualcosa di simile al buon senso gli disse di risalire, e in fretta, perchè qualsiasi cosa stesse succedendo non erano impicci che potesse spiegare o affrontare, e poi Lorena lo stava aspettando col secchio pieno.
Ma qualcos'altro, qualcosa che si annidava come un animaletto scuro in lui, lo spinse a scendere ancora, a fregarsene sia del buon senso che della moglie, e così continuò a calarsi nelle profondità luciferine del pozzo.
Scese, e scese, e nel frattempo si faceva sempre più buio, un'altra occhiata verso l'alto gli fece vedere un minuscolo pertugio chiaro contornato da un nero sempre più fitto e, oh, meraviglia!, non erano stelle quelle che scorgeva attorno allo spiraglio di luce indicante l'entrata del pozzo?
Scosse il capo, non si sentiva stanco e nonostante non capisse cosa gli stesse accadendo continuò a scendere, ormai preso da un meccanismo che gli imponeva di procedere, costasse quel che costasse.
Per quel che ne sappiamo, il nostro eroe sta continuando a percorrere quella strada di pioli e muratura in discesa ancora oggi.
L'unica cosa certa che sappiamo è che sua moglie, stanca di aspettare, uscì di casa, prese il secchio posato sul bordo del pozzo e lo calò, chiedendosi distrattamente dove fosse finito il marito, senza notare nulla di strano nel pozzo, tranne forse per un lieve sommovimento nell'acqua, come se qualcosa stesse nuotando sul fondo di quello specchio liquido.
Tornata in casa, Lorena versò l'acqua nella grossa pentola dove avrebbe cotto la verdura e miliardi di molecole di idrogeno e ossigeno si riversarono con uno scroscio, generando un lieve sbuffo di vapore, quasi che un fantasma si fosse librato dal fondo dell'utensile, un fantasma che sognava di calarsi nelle profondità del cosmo.









giovedì 2 settembre 2010

C'era una volta una bambina nel bosco...

...Ed era notte, una notte fresca, tardo estiva, profumata di caldo, il caldo dell'erba secca sotto il sole, della terra asciutta che diventa polvere, degli alberi gravati da foglie in procinto di cambiare colore.
Sì,una notte perfetta.
E col cielo serotino in cui cominciava a ingradire una magnifica luna piena.
E lei si era persa.
Col suo bel paniere in vimini,il suo mantello impermeabile,perchè l'umidità che scende di notte in un bosco anche in estate non era cosa da trascurare.
Con il suo misero bagaglio e la sua ostinazione a proseguire.
Si era persa.
E ora se ne stava seduta su un grosso masso aspettando.
Il silenzio le faceva venire sonno, nonostante la situazione in cui si era venuta a trovare.
Poi qualcosa spezzò il silenzio.
Il classico cric che fanno i rami sottili quando vengono schiacciati da un passo leggero.
Un passo felpato.
Alzò lo sguardo sulla luna piena, assumendo una debita espressione impaurita quando qualcuno arrivò nella radura fermandolesi davanti.
-Ehi, piccola.-
-Mi sono persa. Lei sa dove posso trovare aiuto, signore?-
L'uomo era enorme, indossava una giacca pesante invero comoda, a quell'ora nel bosco in quella stagione sempre più simile all'autunno e sempre più distante dall'estate.
Aveva un'espressione gentile.
Ma lei sapeva quanto le apparenze potessero ingannare.
-Oh, e cosa ci sei venuta a fare nel bosco di notte, mia cara?-
Potrei farle la stessa domanda, le venne da dire ma si trattenne togliendo la mano dal paniere e rispondendo con voce sottile:
-Stavo andando da mia nonna, ho preso la strada interna per fare prima ma...-
Scrollò le spalle indicando la vegetazione attorno a lei, come a dare la colpa al bosco.L'uomo si abbassò appoggiando le mani sulle ginocchia, fino a quando il viso non fu, più o meno, all'altezza del suo:
-Sei comunque troppo piccola per andartene da sola, no?-
Sollevò su di lui uno sguardo indignato e alzò il mento con orgoglio infantile:
-Ho ben dodici anni, signore!-
Lui rise, come avrebbe fatto chiunque altro sentendo quel tono di voce dauna tale personcina, poi scosse il capo:
-Molti ragazzini tentano la scorciatoia ma pochissimi la conoscono davvero. E io non so di nessuna casa nelle vicinanze a parte la mia, dove sarò lieto di ospitarti prima di trovare il modo di portarti da tua nonna.-
-La ringrazio.-disse lei compita alzandosi in piedi e prendendo il paniere.
-Vede,mia nonna abita poco distante da qui, su una strada che conduce in paese che nessuno percorre più.E' sempre sola e io vado a trovarla quando i miei vengono in vacanza da queste parti.-
L'uomo corrugò la fronte:
-Sicura che nessuno si preoccuperà della tua assenza? Non dovresti telefonare ai tuoi, o a tua nonna?-
-I miei sanno che sono già lì, e mia nonna crede che saranno loro ad accompagnarmi, domani, da lei.-
Lui la fissò severa:
-Non è mai una buona idea mentire su queste cose, sai? E se io non ti avessi trovata? Avresti potuto vagare per i boschi chissà per quanto e fatto preoccupare tuo padre e tua madre, per non dire di tua nonna.-
Lo scrutò negli occhi scuri, sembrava davvero una così brava persona...
Ma una parte di lui, lei lo sapeva, era contenta di averla trovata per motivi che non erano propriamente umanitari.
Una parte di lui, fremeva dal desiderio di portarla a casa per altre cose che non fossero ospitarla e offrirle un letto per la notte.
Quella parte di quell'uomo che era rimasta selvatica, da predatore.
Lo fissò con aria improvvisamente timida:
-Io... So di aver sbagliato, ma... Non so se posso fidarmi di lei!-
Lui si raddrizzò, grattandosi la nuca con aria fintamente perplessa:
-Eh, è un bel problema! Io posso solo chiederti di venire con me e di aspettare domattina per portarti da tua nonna, ma se tu non ti fidi non posso certo costringerti!-
Non era stupido, rifletté lei, ed era cauto nel predisporre la trappola.
Fino all'ultimo, avrebbe avuto un comportamento irreprensibile perchè, se lei fosse riuscita a fuggire, non avrebbero potuto accusarlo di niente se non, al massimo, di averla spaventata.
Sospirò, teatralmente, poi strinse a sè il paniere:
-Suppongo non mi resti altra scelta che seguirla.-
Lui annuì, palesemente soddisfatto, ma non disse nulla, si limitò a farle un cenno, e a voltarle le spalle prendendo a inoltrarsi nel bosco.
Lo seguì lungo un sentiero appena tracciato.
Per anni avevano cercato di individuare la sua tana, almeno fino a prima del processo, poi però avevano abbandonato le ricerche del luogo dove il Lupo portava le sue vittime, perchè dopo l'innesto neuro corticale avrebbe dovuto diventare una persona irreprensibile, totalmente diversa rispetto al pazzo criminale che aveva ucciso decine di uomini, donne, bambini e anziani.
Ma, pensò ancora lei seguendolo sul sentiero chiaramente illuminato dalla luna piena, bastava avere un bel po' di soldi e un amico medico compiacente per vanificare l'operazione di recupero della personalità.
E allora entrava in gioco lei.
Non ufficialmente, e sempre ben pagata da clienti discreti.
-Eccoci, siamo arrivati.- le annunciò fermandosi e riportandola alla realtà del presente.
Dinanzi a loro c'era un piccolo cottage, lui si avvicinò alla porta poi si bloccò e si voltò a guardarla:
-Come hai detto che si chiama tua nonna?-
-Non l'ho detto! Si chiama Gertrude.- rispose lei con un mezzo sorriso a cui lui rispose con una specie di ghigno:
-Gertrude, un nome adatto a una nonna.-
-Io mi chiamo Red.-aggiunse lei.
Lui aprì la porta e le fece un cenno, avanzando e accendendo una luce:
-Per il colore dei capelli, suppongo.-
No, pensò lei senza però negare o confermare le parole dell'uomo.
-E lei come si chiama, signore?-
Lui entrò in un salottino invitandola ad accomodarsi su una delle poltrone sistemate attorno un tavolino coperto da una tovaglietta di cotone bianco.
Tutto così normale...
-Wolf.-
Sorrise, stavolta sinceramente soddisfatto, era evidente che gli piaceva pensare a se stesso come al Lupo nascosto sotto un'apparente aspetto civile di Uomo per bene.
-Dunque, tua nonna vive da queste parti, sola, e tu vai a trovarla spesso. Mi chiedo come mai non ho mai visto né te né tua nonna, prima d'ora.-
Una parte di lui vorrebbe fidarsi, pensare che lei stia dicendo la verità, ma il Lupo non si sarebbe mai fidato del tutto, lei lo sapeva.
-Perchè di solito faccio la strada provinciale in bici e mi addentro solo dopo.- spiegò compita, col paniere tra le mani.
Lui fissò quel cesto in vimini con interesse, allungò una mano enorme, pelosa, una zampa:
-Posso?-
Lei mostrò titubanza, poi allungò lentamente il cesto all'uomo, che esplorò rapidamente il contenuto.
Ciò che vide dovette sconcertarlo:
-Cosa...-chiese,estraendo una foto e osservandola.
-Non ti ricordi di lei, Wolf?-
Sobbalzò alzando lo sguardo, fissandola perplesso:
-Chi...-
Poi si gettò in avanti, la toccò rapidamente sotto la tuta in cotone, non maliziosamente, ma per scovare cimici, microspie, armi, qualsiasi cosa che la collegasse a eventuali nemici.
Lei rimase immota, lasciandolo fare, sorrise al suo sconcerto:
-Non c'è nessuno oltre me, Wolf. E lei.-
Indicò la foto che lui aveva lasciato cadere per terra:
-Una delle tue ultime vittime. Tu pensavi di averla uccisa, e questo fu già un errore. Ma pensasti anche che una volta tanto non ti saresti scomodato a portarla qui per poi seppellirla come hai fatto con gli altri, nel parco regionale che circonda questo posto. La lasciasti semplicemente sul terreno, e lei fu tanto fortunata da essere trovata subito da alcuni escursionisti che si erano persi.-
Wolf tornò a sedere e la osservò attento, sicuramente nervoso ma non spaventato nè tantomeno disposto a mostrarglielo, se pure lo fosse stato.
Era nella sua tana, dopotutto, e lei era una bambina.
Sola, disarmata.
Forse pensava che fosse anche, semplicemente, pazza, magari una sua giovanissima fan.
Quando era in galera, e prima del -finto- intervento neuro corticale, aveva avuto decine e decine di ammiratrici, ma anche ammiratori.
Magari credeva davvero che lei fosse del gruppo.
Ma allora, si stava certamente chiedendo, perchè la foto di quella donna?
Glielo spiegò:
-La donna sopravvisse, ma non ebbe il coraggio di denunciarti, anche perchè lo choc riportato in seguito alle ferite le tolse gran parte della memoria.
La recuperò al tuo processo, sebbene continuasse a non voler testimoniare, e la lasciarono in pace.
Era un miracolo che fosse sopravvissuta al Lupo, e aveva già subito troppo per forzarla a mettersi in confronto con te. Ma lei aveva ricordato, e le sue gambe immobili, grazie alla ferita alla spina dorsale che le infliggesti, avrebbero continuato a darle memoria del suo incontro con te. Decise che per non impazzire aveva una sola chance, affidarsi a qualcuno che eliminasse l'abominio che tu rappresenti. E che avrebbero dovuto terminare con l'operazione di innesto. Ma pagasti il medico, lo pagasti bene con i soldi messi da parte in anni di lavoro come hacker, e lui finse di operarti. Poi tu lo uccidesti, anche se a tutti sembrò solo un incidente. Ma io ho continuato a seguire le tue tracce,Wolf, e so che sei ancora il Lupo selvatico di un tempo.-
Wolf continuava a tacere, ascoltandola, gli occhi socchiusi, un mezzo sorriso sulle labbra.
Non capiva se fosse soddisfatto delle sue intuizioni o che qualcuno lo riconoscesse ancora come il letale predatore di un tempo.
Red continuò, senza indugiare troppo in quegli interrogativi:
-Ma gli indizi del tuo ritorno ci sono.Il misterioso incidente occorso al medico da te pagato è stato il primo. L'altro misterioso incidente che ha colpito il giudice che presenziò al tuo processo condannandoti al recupero della personalità. E la scomparsa di due vagabondi. Niente di che, ma il Lupo non è stupido, no? Piccoli bocconi, prima del grande pasto. E della grande fuga.-
Sorrise, i denti bianchi e lucidi come zanne, gli occhi neri e una luce fredda in quelle pupille come se la luna si fosse trasferita nelle sue iridi scambiandole per il cielo notturno.
-Ma brava, ragazzina. E dimmi, per conto di chi ti sei infilata stupidamente nella mia tana?-
Era attento e cauto, ma era anche troppo preso da sè, troppo sicuro di riuscire a sopraffarla.
Lei sorrise di rimando:
-Per quella donna, ovviamente, e per aiutare certi miei amici investigatori che non si sono arresi al fatto di non aver trovato questo luogo. Sapevano che tu avevi amici in zona a controllare che nessuno di sospetto o troppo curioso si avvicinasse da queste parti ma tutti, tutti si fidano di una bambina. No?-
-Suppongo tu abbia ragione ma, come farai a indicare la mia tana ai tuoi amici? Per quanto bravi i tuoi amichetti non sono certo dei medium.- commentò lui continuando a sorridere, anzi leccandosi un angolo delle labbra come pregustando il momento in cui si sarebbe cibato della sua paura.
-Ho corso un rischio che di solito mi astengo dal commettere-presentarmi al cospetto della mia preda- per due motivi.- replicò calma lei.
-Per dare informazioni sulla tana ai miei amichetti, come tu li hai chiamati, e per riferirti, da parte della donna che hai visto in quella foto, che il passato può essere un veleno che uccide.-
Lui rise, alzando il capo come se ululasse alla luna, poi si alzò, piano, sovrastandola:
-Piccola, forse penserai che non ti ucciderò per non rischiare di essere colto in flagrante o per non lasciare prove compromettenti ma...-
Allungò una mano stringendogliela, piano, attorno il collo:
-Ho già una bella via di fuga pronta, ho soldi in abbondanza e luoghi dove nessuno verrà mai a cercarmi. E se qualcuno tentasse di entrare a forza, ora, qui, mi troverebbe ben preparato all'accoglienza, senza contare che senza una sola prova potrei denunciarli per aver invaso l'abitazione di un onesto cittadino.
Non rispose e lui aumentò lievemente la stretta:
-Magari sì. Magari sono proprio idioti. Dunque adesso tu...-
Si interruppe, alzando la testa come se sentisse un suono lontano.
-Cosa...-
Tremò, lasciò la presa sul suo collo e lei se lo massaggiò, alzandosi in piedi mentre lui cadeva di colpo nuovamente a sedere sul divano.
La fissò con espressione sorpresa, ansimando piano.
-Un veleno sintetico da me personalmente sviluppato in laboratorio. Spalmato su una superficie, al minimo contatto rilascia sull'epidermide la sua tossina, che entra immediatamente in circolo. In pochissimi minuti, il veleno attacca il sistema circolatorio e il cuore.-
-Ma io ti ho... Toccata... Ora...- fece lui, portandosi una mano al petto, respirando con sempre maggior fatica.
Annuì chinandosi su di lui:
-Il veleno, una volta assorbito dalla pelle, sparisce dalla superficie epidermica e non ha più effetto per l'esterno. Bene, ti dico addio, mio caro. Devo proprio andare, ora.-
Lui fece per allungare una mano, ma una smorfia orribile gli storse i lineamente, si inarcò e, subito dopo, ricadde immobile.
Lei controllò che non respirasse più, né che si sentisse il battito cardiaco, annuì quindi prese il minuscolo telefono portatile nascosto nel mantello.
Chiamò gli amici e disse loro che avrebbe mandato loro via Rete le coordinate per raggiungere la tana e il Lupo.
Quindi uscì dal cottage, restando qualche secondo a guardare il cielo e la luna, piena, fulgida.
La sua cliente sarebbe stata contenta, per quanto potesse esserlo paralitica e sfregiata dalle cicatrici che Wolf le aveva lasciato a ricordo del loro pessimo incontro.
Si disse che lui si era fatto prendere dalla bramosia di ucciderla, altrimenti sarebbe stato più cauto.
E non l'aveva forse avvertito?
Il passato è un veleno che uccide.
Ed era stato proprio così, no?
FINE






























Io sto coi lupi mannari.

Sono sempre stata propensa a cercare di capire come funzioni una cosa, compreso un essere umano, o una qualsiasi altra entità biologica.
Non arrivo a squartare qualcuno o qualcosa solo per scoprire i meccanismi che muovono il corpo e permettono alla mente di esplorare il mondo all'intorno.
Mi limito a leggere pubblicazioni apposite e a colmare le lacune dovute a poco approfonditi studi guardando documentari o parlando con amici più esperti in materia di me.
Quando ho finito di leggere Twiligth e compagnia bella, la domanda sortami spontanea è stata: come possono i vampiri fare sesso? Parte del loro ambiguo fascino è composto dalla loro natura di non morti che non respirano e non hanno bisogno di mangiare o bere,se non sangue, il che se ne deduce che non avrebbero nemmeno bisogno di attaccarsi al collo di giovani donzelle o ignari, solitari passanti. E se il loro cuore non batte, come può il loro sangue alimentare il meccanismo idraulico che consente a un uomo di compiere l'atto sessuale con il suo membro virile?
E come possono PROCREARE? Cioè, il loro sperma sarà bell'e congelato, no?
Cosa ti nasce, da un unione con un tipo così-sempre che gli riesca di farlo addrizzare...-se non uno stoccafisso surgelato?
Sarà una strategia per alimentare la cerchia di fan istupiditi da queste pubblicazioni disgustosamente romantiche???





sabato 28 agosto 2010

Sogno

No,per stanotte non sparo nessuno.
Mi limito a dormire e a sognare, con la sicurezza che i veri amici comprenderanno le mie rappresentazioni oniriche e non mi giudicheranno per esse.
Good dream!

Elaison

E' un lavoro come un altro.
Anzi,meglio di molti altri.
Vista la situazione sociale sempre più in bilico verso il Grande Abisso, lavorare per conto del Signore non solo paga bene, ma appaga anche.
Mi sento decisamente meglio quando imbraccio il fucile, scruto nel mirino e il mondo si riduce al mio bersaglio.
Prego sempre, prima di premere il grilletto.
Non per l'anima del morituro, ma per la mia.
Il Signore non tiene particolarmente a riti e quisquilie simili ma io sono stato cresciuto come si deve, e a certe cose non rinuncio.
L'antico cantilenare della mia bisnonna mi risuona ancora nella mente.
Kirye, elaison.
Signore, pietà.
Abbi pietà per il tuo figlio costretto a macchiarsi del sangue di questa feccia, di questo marciume ancora in grado di parlare e respirare-non per molto- ancora in grado di danneggiare quel poco di buono che è rimasto al mondo.
Salva la mia anima per aver posato lo sguardo su queste pustole del mondo, sulle loro carni flaccide, i loro occhi lubrici, le labbra tese in un ghigno perpetuo.
Salva il mio corpo dal desiderio di raggiungerli e farli a pezzi e respirare il loro sangue sulle mie mani.
Kyrie, elaison.
Forse, e dico FORSE, il mio profondo disprezzo è generato dal fatto che non sono mai stato accettato, che la mia mutazione faceva orrore a quegli sciocchi ignoranti e superstiziosi, e che venivo picchiato e deriso perchè la paura genera scherno più velocemente di quanto generi timore verso il Signore.
No, loro non temono il Signore più di un insetto in procinto di essere schiacciato da un nemico che non vede.
E io non chiamo la mia operazione vendetta, men che meno giustizia.
Forse se dopo essere andato via da casa fossi stato accolto nella comunità ora non mi importerebbe di portare un po' di equilibrio tra l'entropia generata dalle azioni criminose di questi individui e la sempre più fragile tregua che consente al Mondo di esistere ancora.
Ma sono rimasto Fuori, costretto a cibarmi di vermi e cibo guasto, al freddo di inverno e sotto il sole cocente d'estate, ignorato od odiato ma mai, mai, mai amato.
Fino a quando non ho conosciuto il Signore e il suo sguardo puro mi ha incatenato alla sua Anima.
E ora spiego le ali, premo lentamente il grilletto, l'occhio che vede solo il bersaglio, solo la testa di questo ragazzo che ride sguaiato mentre sotto di lui la bambina si dimena ancora.
Kyrie.
Elaison.






































domenica 22 agosto 2010

Co(S)mic

Non è facile per me accettare il nuovo stato delle cose.
Che la sfiga accompagni le mie ultime missioni pare quasi una regola scritta tra le stelle del cielo.
Prima, la fallita sortita a Net.5, il pianeta dei nerd, dove sono riuscito a portare l'unico virus bio informatico capace di abbattere le super difese dei bio informatici locali.
Cinquemila crediti di multa, metà del mio fondo pensione.
Poi, il quasi tentato e involontario omicidio dell'ambasciatore Usuliano, in visita su Terra Vera 3.
Il mio compito quel giorno consisteva nel prelevare l'amba dall'astroporto, condurlo in città alla sede diplomatica e poi cena in uno dei più esclusivi ristoranti di T.V.3.
Tutto bene, fino al momento del pasto serale, quando mi sono ricordato che tutti i ristoranti più esclusivi di T.V.3 sono gestiti da personale neutro tranne uno, il più imponente, a cui non è consentito l'ingresso agli usuliani perchè considerati una leccornia dagli alieni titolari dell'esercizio commerciale.
Ovviamente, è lì che ho condotto il mio ospite, con quali conseguenze quasi fatali potete immaginare.
Infine,l'ultima missione, non solo in ordine di tempo ma anche di gestione, visto che sono in attesa di licenziamento.
Questo è stato il capolavoro della sfortuna più nera.
Come si può conoscere la donna della tua vita su un pianeta misconosciuto e poi scoprire che è la persona che sei stato mandato a uccidere?
Era così dolce, così bella, così anche spietatamente letale nei confronti degli oppositori politici del pianeta...
Per un po' mi divertii con lei a torturare i prigionieri,poi recuperai il mio aplomb professionale e la uccisi secondo contratto.
La cosa che andò storta riguarda lo smaltimento del corpo.
Non potendo lasciare il cadavere in bella vista permettendo ai dittatori locali di farne l'immagine della martire perfetta, dovetti portare il corpo nello sminuzzatore quantico.
Solo che a fine operazione mi sono scordato di scollegare il sistema dal corpus bio informatico principale.
Così l'intera struttura sociale è finita in un buco quantico e solo io sono riuscito a salvarmi, grazie ai riflessi pronti e alla chiara visione di quanto stava per accadere.
Insomma, ora sono qui, nella più sicura prigione orbitale del mio mondo, in attesa di giudizio.
O meglio, lo ero fino a cinque minuti fa.
Perchè, mentre aspettavo annoiandomi, ho cominciato a conversare con uno dei due bio robot che fungono da custodi e controllori.
Le mie speculazioni filosofiche li hanno presi così tanto da convincerli che fosse necessario interessarsi personalmente della specie senziente biologica da cui sono stati ideati e programmati, onde evitare che si diffondesse a mo' di peste nel cosmo e commettesse atti criminali quali io mi sono involontariamente macchiato.
Connettendosi al sistema operativo collegato alle reti neurali del sistema solare di appartenenza, i due bio robot hanno cominciato a riprogrammare la società e stanno giusto per finire dopo aver sedato rapidamente le rivolte degli umani, con polso ferreo-anzi, di lega metallica 2O, per essere precisi...
A me hanno lasciato il compito di fungere da collegamento tra i bipedi biologici e la loro nuova società bio informatica.
Per ora sono impegnato a lavorare solo per questo sistema, ma vista la velocità di connessione non ci vorranno poco più di tre ore per permettere ai miei amici semi metallici di prendere in mano la situazione.



















sabato 21 agosto 2010

Favola

C'era una volta un principe che...
La leggenda dice che se non avesse... allora il suo regno sarebbe finito in...
Quindi si mise alla ricerca della...
Ma nessuna gli piaceva abbastanza e molte principesse...
Dunque si inoltrò in zone recondite del suo regno e...
Fu allora che conobbe Lei.
Era bellissima, dolce e gentile ma...
Il principe non aveva scelta: doveva sconfiggere il drago, il mago e...
Alla fine, pur ferito e dolorante, riuscì a...
La ragazza lo curò e...
Il matrimonio si celebrò qualche mese dopo, ma seppur...
Lei non capiva: cosa era successo al suo amore?
Lui...
I lividi erano ben nascosti e...
Per non parlare di sua suocera, che la odiava solo perchè...
Il re suo suocero poi le metteva le mani addosso e...
Alla fine decise che l'unico modo per salvarsi era...
Il principe la seguì ma lei riuscì a...
Però chissà se alla fine è sfuggita davvero al principe crudele?
Voi che ne dite?
Da quel che si legge e si vede non mi sembra che si possa decretare un lieto fine.
No?






sabato 7 agosto 2010

Benvenuti-Hiroschima

Sessantacinque rintocchi.
Ognuno di essi mi riporta lentamente a quel giorno, quando un nuovo sole sorse sulla mia città.
Non potevamo sapere che noi eravamo i primi, coloro che sarebbero serviti da esempio per troncare una guerra voluta anche da chi ora intendeva interromperla.
Non sapevamo, noi abitanti di Hiroshima, che qualche giorno dopo anche Nagasaki avrebbe condiviso la stessa sorte.
L'unica cosa di cui venimmo a conoscenza fu il dolore, la morte, e anni di sofferenza, sia psicologica che fisica.
Pelle che si staccava come sfoglia di cipolla, bruciori, organi interni come nido per cellule tumorali.
Capivamo solo che la nostra città era stata spazzata via da qualcosa di enorme e mai visto prima.
Capimmo che la nostra vita non sarebbe mai più stata la stessa, e che la forza dell'impatto avrebbe cambiato anche la Storia, fatto deragliare certezze e creato nuovi incubi.
Ecco, il sessantacinquesimo rintocco.
Il mio cuore palpita, non so ancora per quanto, ma ancora una volta sono qui, per ricordare.

mercoledì 4 agosto 2010

Responsabilità

Forse siete davvero convinti del vostro obiettivo.
Forse qualcuno per cui provate un profondo rispetto o per cui sentite timore, vi ha convinti del ruolo che vi preparate a ricoprire.
O forse siete semplicemente fuori di testa.
Di cosa parlo?
Di tutti quegli individui che si propongono di cambiare il mondo.
Quale mondo, chiedo loro.
Quello dove vivo io?
Dove vivono poveri, malati, vittime di guerre e altri soprusi?
Dove cercano di vivere rifugiati,immigrati,in cerca di asilo politico e di lavori anche umilianti che consentano loro di campare alla giornata lasciandosi alle spalle un Paese travagliato da vicende politiche assurde?
Oppure nel mondo di uno di quei ricconi che si spaparanzano al sole di qualche località esotica?
Come si fa a salvare il mondo se ognuno dei sei miliardi di persone che ci vivono esistono all'interno di un proprio universo personale?
Per essere il vero salvatore del mondo si dovrebbero avere i super poteri di un eroe stile Marvel o la pazienza e la forza di seguire le vicende di tutti gli uomini presenti sul pianeta.
Ce la fate, supposti eroi?
Ce la fate a reggere questa responsabilità, o il vostro mantello è quello dell'ipocrita, circoscritta violenza senza scopo?

martedì 3 agosto 2010

Oh mio dio!

E va bene, lo ammetto. Non avrei dovuto fare una cosa del genere. Di solito sono un tipo pacifico ma ogni tanto mi prende questo momento di follia a cui devo dare sfogo pena un atroce mal di testa. Il mio psi dice che la cefalea è il modo che ha escogitato la mia psiche per invogliarmi a compiere quell'atto il quale annullerà il dolore. Ormai il meccanismo è così stratificato che nemmeno lui, lo psi, è riuscito a estirparlo. Ha potuto solo consigliarmi di darmi a tanti piccoli atti di follia per evitare di combinarne di davvero pericolosi. Ma questa mattina non ho avuto modo di controllare la mia smania. Ero riuscito a comportarmi bene per ben due settimane, cosa che sembrava aver abbattuto l'ultimo ostacolo per la mia totale guarigione. Mi sentivo bene, non avevo cefalee né mi sentivo pronto a dar fuoco al mondo come succede quando non do modo alla mia voglia di folleggiare di uscire allo scoperto. Dunque eccomi in visita turistica assieme ad un gruppo di una decina di persone, l'itinerario è il classico misto di bellezze architettoniche, storia, cultura e enogastronomia. Comincio ad avere un certo appetito, ormai siamo in giro da ore e il sole picchia, cosa che contribuisce a darmi qualche colpetto alle tempie e alla nuca, solitamente sintomi che precedono la comparsa della cefalea.
Ma non mi preoccupo, mi sento ancora piuttosto bene e poi sono sicuro che si tratti del connubio stanchezza- fame.
La guida ci conduce all'ultima tappa prima del ristorante, inizio a pregustare la mangiata che ci aspetta e ascolto per metà interessato e per metà annoiato, la storia di quella bellissima chiesa, un tempo, come altri luoghi di culto, ritrovo di credenti più o meno seri, ma finita per diventare mera attrazione turistica, comunque notevole dal punto di vista artistico. In più, come chicca finale, la guida ci narra che riguardo questa chiesa circola una leggenda. Si dice che i Liberatori, coloro che permisero la fine della schiavitù mentale delle religioni, rinchiusero in un'urna d'argento lo spirito del tempo, un essere pandimensionale generatosi dopo anni di preghiere e credenze assurde, forgiato dalla smania dell'Uomo di avere a disposizione non solo un Dio in grado di occuparsi dei suoi problemi ma a cui derogare anche eventuali responsabilità per quanto accadeva nel mondo. Questo spirito aveva assunto caratteristiche precise e dominava incontrastato sul globo terraqueo divertendosi a mettere gli uni contro gli altri i diversi credenti e generando guerre, omicidi, odii insanabili. Una volta catturato e rinchiuso-l'urna d'argento era necessaria in quanto attinente alla credenza per cui un'entità sovrannaturale può essere tenuta a bada dal prezioso metallo- fu messo a dimora in quella chiesa, perché situata in una zona tranquilla e poco frequentata, tranne da turisti come me.
Bella storia, penso, e sto per uscire dall'antico tempio per seguire il gruppo e la guida verso il ristorante quando intravedo una porticina di legno accanto quello che era l'altare. Avverto immediatamente la voglia di aprire quel piccolo battente e scoprirne i tesori celati oltre, lancio un'occhiata fuori, la guida e i miei compagni di viaggio stanno discutendo di argomenti attinenti alla gita, non si sono ancora accorti della mia assenza. Così, mi dirigo a passi svelti verso la porta, i miei passi risuonano sul pavimento di marmo, mi sento osservato dallo sguardo severo dei vecchi santi e financo dalla madonna, la cui statua si trova proprio accanto la mia meta.
Penso che ci sia un lucchetto o altro a tener chiusa quella via d'accesso a chissà quali segreti ma la porticina si schiude al mio tocco quasi stesse aspettando solo me. Avanzo cauto in una saletta buia, appena schiarita da alcuni lumi posati su un altarino. E sopra quel rialzo di pietra adorno di immagini scolpite e dipinte con colori ormai stinti, vedo l'urna. Il solo fatto di posarci su lo sguardo mi fa salivare come un cane al cospetto del suo osso da spolpare. Ah. Sì, è una follia. E non posso fare a meno di compierla. Una parte di me dice che non si ci sarà alcun problema, che la storia narrata dalla guida è solo una leggenda e che lì dentro non ci sarà nulla, se non forse le ossa di qualche vecchio santificato dalle masse.
Ma un'altra parte avverte la voce sottile che si leva da quel contenitore d'argento.
Aprimi, dice, e sarai premiato. Riportami al Mondo e io te ne farò dono.
Ma non è per quello che apro l'urna, o meglio, non solo.
La mia indecisione mi sta facendo salire il mal di testa più feroce che abbia mai avuto in questi anni e so che se non mi sbrigo finirò per soccombere, diventerò cieco e morirò.
Così sollevo il coperchio dell'urna, per un po' non accade niente, poi la voce della guida, spaventata, alle mie spalle:
"Cosa sta facendo?"
Non le do retta né mi accorgo che la guida e alcuni dei turisti con cui ho condiviso il viaggio mi hanno preso per le braccia allontanandomi dall'urna.
Contemporaneamente qualcosa si solleva per aria, qualcosa di fumoso, oscuro, maligno.
Mi sembra di scorgere un sorriso torvo, poi le parole, chiare, risuonano nella saletta:
"Me la pagherete! Per tutti questi anni di prigionia, per il vostro assurdo mondo di pace, per la vostra squallida esistenza da razza evoluta! Tornerà il caos e io ne sarò il signore incontrastato!"
Urla di panico, fuggi fuggi generale, la guida cade in ginocchio lasciandomi libero e coprendosi la testa con le mani, emettendo dei gemiti disperati.
Io rimango a fissare la cosa uscita dall'urna, basito ma anche soddisfatto, il mal di testa è svanito e non mi sono mai sentito meglio.
La cosa si china su di me, sento puzza di qualcosa di marcio e antico, mi ritraggo istintivamente ma poi la voce mi blocca, è una voce suadente, piacevole, che fa scordare la puzza:
"Tu, che mi hai liberato, sarai premiato adeguatamente. Sai, per poter fare quello che voglio senza assumermene la responsabilità devo necessariamente trovarmi un nemico a cui delegare il ruolo di cattivo. Ma non preoccuparti, agli uomini piace il demonio."
Sorride, o meglio, ghigna, io mi sento sollevare, e poi precipito, precipito, precipito.
E ora eccomi qui, signore di questo luogo, re incontrastato del mondo, a modo mio.
Il tizio dell'urna aveva ragione, anche per uno come me gli uomini provano attrazione e rispetto anzi, devo trattenere la folla che cerca di entrare nella mia nuova dimora.
Oggi ho accolto personalmente il mio psi.
E' una brava persona, capitata qui per caso o meglio, per errori burocratici del mio compare al piano di sopra.
Gli dico che non deve temere nulla, continuerà il suo lavoro qui, in una nuova sede.
E di lavoro ne avrà in abbondanza.